La storia di Fornacella, piccolo podere a sud-est di Montalcino, è un racconto piuttosto comune nella terra del Brunello, che, come nelle altre zone agricole toscane, per diverso tempo è andata avanti col sistema della mezzadria, antichissima forma di contratto agrario che ha consentito per secoli ai proprietari terrieri di governare a distanza le loro proprietà, attraverso la suddivisione dei proventi dei raccolti e degli allevamenti con i contadini. Il mezzadro in questione è Alvaro Ciacci, che viveva a Castelnuovo dell’Abate. Fu lui, ad inizio degli anni Ottanta, ad acquistare Fornacella, insieme al figlio Franco e alla nuora Tiziana. “A quel tempo c’erano più olivi che viti”, racconta il nipote di Alvaro, Marco Ciacci, oggi alla guida di un’azienda che conta 2,5 ettari iscritti a Brunello in tre appezzamenti di terreno, uno dei quali di fronte all’Abbazia di Sant’Antimo. “La conduzione è biologica – spiega Marco – siamo certificati dal 2000 ma è da sempre che operiamo secondo questi criteri. Per etica, tradizione e rispetto del territorio”.
Se il Brunello è un vino che mediamente viene esportato per il 70%, la curiosità di Fornacella è la grossa fetta che riveste il mercato interno. “L’Italia vale il 70-80%. Chiaro che poi le enoteche e i ristoranti lo vendono tendenzialmente al turista straniero, quindi il consumatore finale rientra in quel trend. I distributori spesso chiedono grandi cifre mentre noi abbiamo una quantità limitata di vino, e poi credo sia importante vendere nel proprio Paese”. Quanto al 2020, “il calo c’è stato – ammette Ciacci – e abbiamo delle giacenze. Ma non si sono problemi, l’interesse per il Brunello non scema mai, a maggior ragione quando parliamo di grandi annate come la 2015”.
Marco, 35 anni, nato e cresciuto a Montalcino, ha studiato al liceo linguistico cittadino e non ha mai pensato di abbandonare il proprio paese, credendo fortemente nell’attività di famiglia. “Penso che abbiamo contribuito, nel nostro piccolo, a far crescere un territorio che si è fatto conoscere al mondo intero. Certo, questa crescita è stata esponenziale, i prezzi degli ettari vitati adesso sono alle stelle e ti puoi scordare di ampliare l’azienda. Ma non è un problema. Il lavoro, adesso che Montalcino è al centro dell’attenzione, è sempre il solito. E non mi è mai passata per la testa l’idea di vendere. Il legame con la vite e con la natura e la volontà di continuare quello che ha fatto la mia famiglia non hanno prezzo”.


