Sanlorenzo, l’azienda di Brunello che ha nel nome l’inizio della sua storia

La storia di Sanlorenzo comincia nel Dopoguerra, quando un ramo della famiglia Ferretti lascia il podere Rogarelli (l’attuale Forteto del Drago, di proprietà di Carpineto), acquistato nella seconda metà dell’Ottocento da Lorenzo Ferretti, e rileva da Argiano un podere poco distante, chiamandolo in questo modo, Sanlorenzo, in onore di Lorenzo. A guidare l’azienda, creata da zero, è suo nipote Bramante, che pratica un’agricoltura promiscua tra cereali, allevamento e taglio del bosco (c’era del vigneto ma per uso personale) e crede fortemente nel potenziale di Montalcino. A inizio anni Sessanta, quando suo fratello lascia il paese, lui acquista la sua parte e decide di restare, nonostante lo spopolamento, la povertà diffusa e un futuro che sembra pieno di incognite. Nel 1972 entra in azienda il genero Paolo Ciolfi, marito della figlia Fiorella. Arriva il primo ettaro di Brunello, poi raddoppiato nel 1992, ma le uve vendono vendute: l’attività principale resta l’allevamento di bovini. La svolta è datata 1998, con l’ingresso in azienda del figlio di Paolo e Fiorella (nonché nipote di Bramante), Luciano. “Piantammo altri 3 ettari e decidemmo di costruire una cantina, così da vinificare il nostro Brunello. La prima annata è stata la 2003”, ricorda Luciano Ciolfi, al timone dell’azienda assieme alla sorella Luciana. Lei si occupa della cantina, del confezionamento e delle visite in azienda, lui di tutto il resto. Con la supervisione del padre, Paolo.

Oggi Sanlorenzo conta quasi 7 ettari di vigneto, 3,6 a Brunello e la restante parte tra Rosso di Montalcino e Igt Toscana. 20.000 le bottiglie prodotte ogni anno, 12-13.000 di Brunello e 6-8.000 di Rosso, a cui si aggiungono il Brunello Riserva negli anni migliori, un rosato e dell’olio extra vergine per uso personale. Dal 2015 l’azienda è certificata biologica. “Il processo è cominciato otto anni fa, nel 2012 – ricorda Luciano – la strada è stata lunga, l’ho intrapresa per motivi commerciali e di salute. Sul bio c’è sempre più attenzione, potrebbe essere una discriminante importante”. L’export vale il 70%, i mercati di riferimento sono Usa e Nord Europa seguiti da Canada e Asia. Durante il periodo di lockdown “qualcosa si è mosso, siamo alla metà del fatturato e ci può stare. Non sono preoccupato. Abbiamo un prodotto, il Brunello, che non scade. Anzi stando in cantina migliora. È la nostra più grande fortuna”.