Dalla Romagna a Montalcino: la storia di Talenti, “l’altro Brunello”

Di questa storia sarebbe da scriverci un libro, se non fosse che ci ha già pensato il giornalista Andrea Gabbrielli. “Pierluigi Talenti, l’altro Brunello” è un volume che racconta meticolosamente la vita di un uomo che dalle montagne della Romagna sceglie le dolci e assolate colline della Val d’Orcia, per unirsi a quella cerchia di protagonisti che hanno fatto conoscere il Brunello in tutto il mondo. Pierluigi, nato a Santa Sofia, provincia di Forlì, si diploma all’Istituto Tecnico Agrario di Firenze e inizia a lavorare in un’azienda romagnola di proprietà della famiglia Franceschi. Ne diventa uomo di fiducia, tanto che viene chiamato a fare la stima degli oltre 1.200 ettari della Fattoria di Sant’Angelo in Colle, a Montalcino, per poi procedere alla divisione dell’azienda tra i due fratelli. La sorte decide così: a Stefano tocca Col d’Orcia, a Leopoldo Il Poggione, di cui Pierluigi Talenti ne diventa il fattore, conducendo l’azienda fino al 1999, contando come braccio destro sull’attuale presidente del Consorzio del Brunello Fabrizio Bindocci.

Sul finire degli anni Settanta Pierluigi acquista da Il Poggione “Pian di Conte”, un podere a 500 metri da Sant’Angelo in Colle, sul versante sud di Montalcino. “Era una vecchia fattoria di monta taurina – racconta il nipote Riccardo Talenti – attività poi cessata nel dopoguerra. Quando la rilevò mio nonno era semiabbandonata, non c’erano locali atti a vinificare e nemmeno vigneti se si esclude qualche pianta promiscua con olivi e ciliegi”. All’inizio Pierluigi Talenti si appoggia alla cantina de Il Poggione (la prima annata di Brunello è la 1981), per poi avviare una riconversione totale dell’azienda: costruisce la cantina, impianta nuovi vigneti e si dedica alla ricerca clonale del Sangiovese sul territorio, portando i suoi vini ai più alti livelli di qualità.

Alla morte di Pierluigi il nipote Riccardo, a soli 20 anni, si trova all’improvviso a dover gestire in prima persona un’azienda. Un salto generazionale di oltre 50 anni. “Mio babbo ha studiato medicina e si è dedicato a tutt’altro – racconta Riccardo – così mi sono ritrovato da solo a gestire la vendemmia del 1999. Avevo fatto esperienze esterne, mi ero diplomato, ma conoscevo più teoria che pratica. E’ facile parlare di Sangiovese, ma ci sono diversi microclimi e ogni vigneto necessità di un approccio diverso. Il più grosso rammarico è non aver condiviso la parte lavorativa col nonno, non aver potuto conoscere segreti, tecniche e trucchi del mestiere. È stata dura, ho dovuto sudare molto, facendo i miei errori di giovinezza. Poi l’anno 2000 è stato lo spartiacque: un cambio di mentalità nella viticoltura e nell’enologia e, soprattutto, il cambiamento climatico. L’annata 2000 è stata caldissima, come mai prima. La 2002 è stata invece piovosa. Ci siamo scontrati con in clima irregolare e anche questo non ha aiutato. I primi cinque anni sono stati davvero difficile. Il primo Brunello a cui mi riconosco per filosofia ed esperienze lavorative è il 2004”.

L’azienda Talenti si estende su 28 ettari, dei quali 15 a vigneto, circondati da secolari boschi di leccio e piante di olivo. Gli ettari sono tutti a Sangiovese: 10 a Brunello, 3 a Rosso di Montalcino e la restante parte a Sant’Antimo. Ogni anno vengono prodotte circa 100.000 bottiglie delle quali 35.000 di Brunello annata, 6.000 di Brunello Riserva (solo nelle annate migliori, nasce dai vigneti della parte storica dell’azienda) e 3.500 di una selezione dedicata a nonno Pierluigi, perché proveniente dai 2 ettari dove lui effettuò una selezione clonale (collaborarono le Università di Milano e Pisa).

“Anche se non ho potuto lavorare con mio nonno l’azienda non ha perso la rotta. Si è aggiornata, ma senza perdere di vista le fondamenta, le tradizioni, il rispetto massimo per il Sangiovese”, assicura Riccardo Talenti, che è anche vicepresidente del Consorzio del Vino Brunello di Montalcino. “Viviamo in un territorio dove ci sono delle potenzialità enormi di sviluppo e allo stesso tempo un legame forte con l’identità del passato. Tradizione però non vuol dire rimanere chiusi in se stessi. I tempi cambiano e le visioni ci permettono di avere più opportunità, di modernizzarsi e stare al passo coi tempi. Vedo che la generazione più giovane ha ben chiaro quello che è il futuro di Montalcino e del Brunello”.