Secondo una leggenda popolare ai piedi di una maestosa quercia sedeva una gentile vecchina, intenta a filare la lana, che raccontava ai giovani che accompagnavano le mandrie e le pecore al pascolo antiche storie di magia e di mistero. Della piccola signora, che diceva chiamarsi “Bettina”, non si conosceva altro, né dimora né provenienza. Così come si mostrava poi…. svaniva, lasciando dietro a sé quella atmosfera di mistero e le sue storie incantate che riempivano le sere d’inverno accanto ai focolari. Tutti, almeno una volta, avevano incontrato Bettina e ne avevano tratto il forte ricordo e la magica influenza delle parole, ma quando parlavano di questo luogo, potevano solo affermare di essere passati alla “Querce Bettina”. Un nome che adesso contraddistingue l’omonima azienda di Brunello, una storia relativamente recente con una serie di passaggi talvolta fortunosi e talvolta miracolosi.
Nel 1990 Roberto Moretti, dirigente milanese nel ramo finanziario, si reca con la moglie Sandra Vilma Barenghi a Montalcino, per vacanza. Degli amici, scherzosamente, gli fissano un appuntamento con gli immobiliaristi per cercare di “trattenerlo” in Toscana. Tra le proposte, dei piccoli appezzamenti di terra con rudere da ristrutturate. “Vivevo a Milano, avevo una casa al mare e una in montagna, non mi interessava minimamente comprare a Montalcino – racconta oggi Moretti – quando l’immobiliarista, alla fine, mi chiese cosa volevo, risposi con una frase senza senso. Dissi: un terreno completamente incolto. Avevo 44 anni, magari un giorno ci avrei potuto sviluppare qualche progetto. Ma lo dissi come reazione alla sua insistenza. Ce l’ho, rispose lui. E nel pomeriggio conobbi il venditore, Silvano Ciacci. Un uomo di grandissima cultura, mi impressionò con le sue storie. Fu lui a raccontarmi di Bettina, questa donnina che viveva nella fantasia delle persone. Chissà, forse è stata lei quel giorno a spingermi a fare quella proposta. Se riguardo indietro, alla storia che mi ha portato da dirigente d’azienda a vignaiolo che produce un grande vino, c’è dietro sicuramente la mano di una fata”.
Roberto Moretti e Sandra Vilma Barenghi acquistano 30 ettari a Mocali, sul versante sud-ovest della collina di Montalcino. “Tutto era incolto, selvaggio, con rovi, serpi e animali selvatici”, ricorda Roberto. “All’inizio ci chiedevamo ancora cosa ne avremmo fatto, poi dopo due anni un agronomo senese in pensione visitò il terreno e disse che era ideale per i vigneti. Nel 1993 piantammo circa 600 piante di ulivi, nel 1997 completammo la casa, nel 1999 acquisimmo i diritti per impiantare 2,3 ettari di vigneto, 1 a Brunello e 1,3 a Rosso di Montalcino. Il primo Brunello, annata 2004, è uscito nel 2009, l’anno in cui sono andato in pensione e mi sono trasferito definitivamente a Montalcino. Se mi manca il mio lavoro? No, per niente. E neanche Milano. Abbiamo venduto tutto là, anche le nostre figlie vivono altrove”.
Oggi Querce Bettina produce 15.000 bottiglie annue (6.000 di Brunello e 9.000 di Rosso) ed esporta il 70% del vino, mentre l’altro 30% viene quasi tutto venduto direttamente in azienda. L’offerta è arricchita dall’olio, dalla grappa di Brunello e da una confettura d’uva, ricavata da grappoli maturi in eccesso a quelli selezionati per produrre il Brunello. 24 dei 30 ettari complessivi sono caratterizzati da macchia mediterranea e pascoli cespugliati.
Da qualche anno l’azienda sostiene e collabora con “Vino e Salute”, associazione di medici e ricercatori nata a Montalcino nel 2005 da un’idea dell’angiologo Stefano Ciatti (figlio di Stefano Ciatti, tra i fondatori del Consorzio del Brunello) per valorizzare e ricercare gli effetti benefici del bere il buon vino rosso dimostrando che, in dosi moderate, fa bene alla salute. Se poi quel vino è il Brunello, beh, meglio ancora.


