Potrebbe essere la prima griffe di Brunello a quotarsi a Piazza Affari, per adesso rimane una delle più prestigiose e dinamiche cantine di Montalcino. Parliamo di Mastrojanni, tenuta che si estende su 108 ettari (oltre un terzo vitati) a Castelnuovo dell’Abate, nella zona sud-est, gestita da 12 anni da uno dei più importanti gruppi del caffè, il Gruppo Illy. Una storia che inizia nel 1975, con l’acquisto da parte dell’avvocato Gabriele Mastrojanni dei poderi San Pio e Loreto, ma che in realtà affonda le radici ancora prima, nel 1933, quando Francesco Illy fonda a Trieste l’Industria Nazionale Caffè e Cioccolato (l’odierna illycaffè) e compra un terreno agricolo in Istria, a quel tempo in Italia, dove pianta alberi da frutto con l’idea di vendere confetture. Un’azienda che gli viene espropriata al termine della Seconda Guerra Mondiale, perchè l’Istria passa alla Jugoslavia che nazionalizza i beni stranieri. Quel terreno oggi è un’azienda vinicola, Veralda (di cui Illy è cliente), e qui troviamo il primo riferimento al mondo del vino. Nel frattempo, il figlio di Francesco, Ernesto, che gli subentra nel 1956, inizia a produrre anche il thè. “Decisi io di eliminarlo, non volevo fare confusione e puntare tutto sul prodotto più forte, il caffè, che valeva il 98% del fatturato”, spiega il nipote Riccardo Illy, terza generazione di famiglia insieme ai fratelli Francesco, Anna e Andrea.
La storia si sposta a Montalcino, nel 1975, quando l’avvocato romano Gabriele Mastrojanni compra i poderi San Pio e Loreto e pianta le prime vigne (in parte ancora oggi esistenti) a Sangiovese Grosso, il vitigno migliore per questi terreni come dimostrato dai predecessori, Biondi Santi in primis. Si avvale della consulenza di Maurizio Castelli, tutt’ora enologo dell’azienda, e dal 1992 dell’attuale amministratore delegato Andrea Machetti, che prese in mano le redini dell’attività fino a trasformarla in una delle cantine più rispettate di Montalcino. Quando nel 2005 muore l’avvocato Mastrojanni, i figli non trovano un’intesa sulla gestione dell’eredità e decidono di vendere. Machetti lo fa sapere a Francesco Illy, fratello maggiore della famiglia Illy e da un po’ di anni suo vicino di casa, visto che ha acquisito nel 1998 Podere Le Ripi, confinante con Mastrojanni, dopo essersi innamorato di Montalcino a seguito di un’amicizia col pittore e scultore Sandro Chia, produttore di Brunello col suo Castello Romitorio e protagonista, insieme ad altri artisti internazionali, delle tazzine d’autore “Illy Art Collection”.
Nel 2008 la famiglia Illy si aggiudica la gara e diventa proprietaria di Mastrojanni. Ma come mai la decisione di entrare nel mondo del vino? “Nel 2004 – risponde Riccardo Illy, presidente di Mastrojanni – abbiamo costituito il Gruppo Illy decidendo di diversificare la produzione, tornando alle origini”. Si spiegano così gli investimenti nel cioccolato (Domori e poi Prestat, fornitore ufficiale della Regina d’Inghilterra), nel thè (Damman Frères) e nelle confetture (Agrimontana). “Ci sentivamo di tornare all’agricoltura, come nostro nonno in Istria – continua Illy – e il vino è la tipologia a più alto valore aggiunto. Cercavamo dei vini universali, che avessero un passato importante, un futuro prospero e un lungo invecchiamento, valore che contraddistingue tutti i nostri beni, e il Brunello rispecchia queste caratteristiche. Questa è anche la linea guida per il futuro. Nel caso di altre acquisizioni, sarà sempre nel campo dei vini universali. E quindi parlo di Francia e Italia”.
Dal 2009 sono stati investiti più di 5 milioni di euro per realizzare i nuovi impianti, acquisire dei vigneti (passati da 24 a 39 ettari), rilevare ulteriori diritti a Brunello e ideare la nuova cantina di affinamento, raro esempio di connubio fra la bioarchitettura e il recupero delle tecniche costruttive tradizionali. Il tutto per consentire a Mastrojanni di incrementare quanto prima la soglia di vendita e portarla a 180.000 bottiglie (adesso siamo a 120.000).
L’azienda produce due cru: il Vigna Schiena d’Asino, dalle viti più vecchie, che esce sul mercato solo nelle annate migliori, e il nuovo cru, il Vigna Loreto, da una vigna esposta a est piantata su un terreno a base tufacea, con presenza di ciottoli lasciati nel corso della storia dal fiume Orcia. A queste due espressioni si affiancano il classico Brunello, il Rosso di Montalcino (è in arrivo un cru per lui), il Moscadello Vendemmia Tardiva denominato Botrys e il San Pio, un Igt a base di Cabernet Sauvignon e Sangiovese. La novità di quest’anno è il Ciliegiolo in purezza, annata 2018.
Gli investimenti non sono finiti qui. L’ampliamento delle cantine con la nuova vinificazione è costato 800.000 euro, mentre oltre 2 milioni di euro sono stati destinati alla ristrutturazione dell’antico borgo che domina la Val d’Orcia, trasformato in un lussuoso relais con annesso ristorante. Anche qui i motivi sono molti. “Gli immobili della famiglia Mastrojanni erano inutilizzati e ci dispiaceva – dice Illy – in più in questo modo possiamo attivare una sinergia: possiamo dare ospitalità ai nostri clienti e i nostri distributori che sono interessati a visitare l’azienda, creando un legame ancora più stretto, e allo stesso modo consentiamo al turista di Montalcino di diventare consumatore di Mastrojanni. Poi, aspetto da non trascurare, più turisti abbiamo in azienda, più aumenta il fatturato fatto direttamente in cantina. C’è un altro motivo più ideale, indiretto: un servizio al territorio. A Barolo sono nati negli ultimi decenni decine di agriturismi, alberghi e ristoranti creando un movimento turistico importante. Perché non farlo anche a Montalcino? Qui c’è il vino, ottimo cibo, bellezze artistiche, naturali e architettoniche. E dopo la fusione con San Giovanni d’Asso c’è anche il tartufo. Il paragone con Barolo non ci vede svantaggiati. Mi sono detto: se sviluppiamo il nostro relais stimoleremo altri produttori ad impegnarsi in questo settore. Possiamo raggiungere i risultati delle Langhe in termini turistici, e anche di più”.

Mastrojanni nel 2008 fatturava 800.000 euro, adesso la cifra è quasi triplicata. Numeri positivi anche per le altre realtà extra-caffè, tutte finanziariamente autonome e tutte inserite da un anno nel Polo del Gusto, sub-holding del Gruppo Illy di cui Riccardo Illy è presidente. “Il piano, anche originale, è di trovare un partner finanziario, il cui ingresso porti risorse economiche e imprenditoriali, come relazioni in territori dove non siamo ancora presenti. Questo per accelerare la crescita delle imprese e fare nuovi acquisizioni nel vitivinicolo ma anche in settori che si legano bene col cioccolato come biscotti e caramelle. Quando le singole società saranno mature, l’idea è di quotarle singolarmente in borsa. A quel punto venderemmo la minoranza delle azioni e col ricavato liquideremmo il partner finanziario, a cui chiediamo un impegno minimo di 10 anni”. Riguardo alla quotazione in Borsa, per Mastrojanni si prospetta quella di Milano ma servono almeno 5 milioni di euro di fatturato. “Nel giro di un paio di anni arriviamo a 4, per questo servirebbe un’altra acquisizione. Dove? La zona a cui guardo è Barolo ma potrebbe anche essere a Montalcino. Finora abbiamo acquistato vigne e non intere aziende, ma se ci fosse una realtà posizionata in maniera diversa, che potrebbe essere logica, perché no”.
Mastrojanni, quindi, potrebbe essere la prima azienda di Brunello a quotarsi in Borsa. Per adesso resta la cantina che ha unito due simboli del Made in Italy, il vino e il caffè. “Fra questi due prodotti ci sono tanti punti in comune – conclude Riccardo Illy – intanto contengono entrambi una quantità alta di antiossidanti. Si apprezzano entrambi di più col naso che con la bocca, l’aspetto più importante del caffè e del Brunello è quello olfattivo. Poi, se andiamo a vedere come si degustano, ci sono tantissime affinità. E tutti e due causano un effetto di tipo nervino. Molto diverso, certo. La caffeina favorisce la concentrazione, la memoria, lo stato di allerta, l’alcol porta a euforia, buon umore. Però entrambi hanno un effetto, oltre che sullo spirito, sul nostro cervello”.


