La bellezza ha un cuore verde e si trova in casa: il modello Fornacina

Tradizione, rispetto e lungimiranza. Per fare la differenza, a volte, servono pochi ma chiari concetti, portati avanti con competenza e tenacia. Lo sa bene la Fornacina, azienda “protetta” dalla collina sud-est di Montalcino, che si è sempre contraddistinta per idee e capacità gestionale. Simone Biliorsi è a capo di una piccola azienda a conduzione familiare che è un modello di efficienza. Insieme a lui c’è il fratello Mauro, la compagna Janne e il babbo Ruggero, colui che ha dato inizio a questa brillante storia che si è evoluta non dimenticando mai da dove è partita. Una struttura “snella” che funziona alla perfezione e che sfrutta a pieno tutte le potenzialità qualitative a “chilometro zero”. Già perché dal lavoro in campagna fino all’etichettatura, il ciclo produttivo è tutto nel cuore della Fornacina, azienda che conta cinque ettari (tre intorno alla sede e due a Castelnuovo dell’Abate), tutti iscritti a Brunello. Da questo piccolo e pregiato fazzoletto di terra nasce il Brunello di Montalcino che per il 70% è destinato all’export con Nord Europa e Canada primi mercati di riferimento. Una storia strettamente territoriale ha dato vita, in poco tempo, ad un successo internazionale.  

“L’azienda l’ha creata Ruggero, il nostro babbo, negli anni ’70. Ancora oggi dà una mano a me e Mauro, lui è il fondatore e rimane un punto di riferimento. Il primo Brunello prodotto risale alla vendemmia del 1981 – dice Simone Biliorsi – da 600 bottiglie siamo poi passati a produrne circa 25.000 tra Rosso e Brunello di Montalcino. Siamo contenti, vendiamo ciò che produciamo. Lavoriamo con i piccoli, il passaparola e la vendita diretta sono preziosi, la qualità poi fa la differenza: abbiamo una clientela affezionata, i rapporti si sono consolidati con gli anni”. E qui ritorna il concetto di lungimiranza che si abbraccia anche con una svolta partita ormai quasi venti anni fa: il biologico. “Siamo stati tra i primi a farlo a Montalcino – sottolinea Biliorsi – la certificazione Icea risale al 2004, nei tre anni precedenti eravamo in conversione. Perché questa scelta? Lo avevamo sempre fatto il biologico, utilizzando solo determinati prodotti in campagna che rientrano nei requisiti del bio. La mia compagna poi è danese (Janne, in azienda si occupa dell’export ndr) e da loro c’è una grande tradizione per il biologico. Progetti in vista? Tre anni fa abbiamo realizzato una stanza di degustazione da 120 mq, abbiamo investito e restiamo fiduciosi per il futuro”.